La Vergogna Invasa

Mi piace immaginare geometricamente le mie emozioni, soprattutto ogni volta che assaggio qualcosa di nuovo. Cerco il più possibile di lasciare che le mie emozioni mi attraversino con forme piuttosto definite, con sfumature di colore che possano esprimere il più possibile ciò che da sempre è destinato ad essere sentito, anziché compreso. Fra le molte emozioni di cui siamo fatti, c’è la vergogna, che in degustazione ho spesso sottovalutato; è arrivata a catturare sempre più la mia attenzione perché quando si manifesta, dimostra colori estremamente complessi e meravigliose forme polidimensionali. Mi capita sempre più spesso di percepire l’emozione della vergogna in degustazione e credo sia la dimostrazione, dopo tanti anni, di essere arrivato finalmente alla mia completa maturità di degustazione.

Ho voluto approfondire quest’emozione durante ogni vino assaggiato negli ultimi mesi. Questa ricerca mi ha portato ad essere piuttosto isolato dalla normale routine lavorativa e sociale, ma ciò che è emerso ha per sempre cambiato il mio modo di interagire con l’essere un enologo, o almeno con l’idea che ho sempre avuto di vino. All’interno dell’emozione della vergogna è iscritto il messaggio che la nostra anima ci manda per avvertirci che stiamo percorrendo la strada sbagliata. L’ultimo vino che ho aperto per questa ricerca è stato un orange wine, tipologia di cui fra l’altro non sono mai stato un grande fan, proprio perché li ho sempre catalogati vini difficili.

Dopo il primo sorso, una grossa macchia rossa amorfa mi ha avvolto, sentivo che la forzatura nel comprendere i messaggi che il vino inviava mi stava strappando via da un’universa armonia. Sfiancato nel cercare di contrastare questa emozione mi ci sono tuffato, abbandonandomi alla corrente. Durante il viaggio emotivo ho notato che i contrasti, le difficoltà di degustazione, derivano da una compulsione (oramai collettiva) nella decodifica tecnica del vino, del suo valore tecnico, dei suoi sapori, odori, della tecnica di saperlo fare, saperlo assaggiare; insomma questa vergogna nasce dalla ricerca di una comprensione tecnica della realtà.

Ed è proprio a questo punto che mi ha trafitto, mi ha attraversato: l’intuizione dolorosa di dover cedere inevitabilmente il passo per sempre alle emozioni, di lasciare che un vino parli attraverso il lessico eccelso dei nostri sentimenti, senza cercare di decodificarlo. Sentirlo scorrere nelle braccia attraverso la sorpresa, sentirlo attraversare il petto attraverso la rabbia, sentirlo nello stomaco attraverso la nostalgia, l’amore, la paura, la gioia, l’attesa, la delusione, l’ammirazione, la curiosità.

Questa nuova metrica d’interpretazione ha immediatamente dato risultati straordinari, instaura legami profondissimi con l’identità dei vitigni e svela una chiave di lettura spaventosa nell’interpretazione dei blend. Regala delle prospettive inimmaginabili nelle percezioni dell’invecchiamento e definisce automaticamente ogni degustatore come autentico e indipendente. Tutto il lavoro poggia sulla propria capacità emotiva e non più tecnica. Mi piace chiamare questa metodica, se così si può definire, big tasting.

Raffaele Rendina

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